L’esigenza di contenere la diffusione del coronavirus il più possibile nel nostro Paese ha portato repentinamente le aziende ad attivare, e per molti casi sperimentare, modalità di smart working per i propri dipendenti, laddove le mansioni e le strutture lo consentano. In attesa di vedere quali saranno i risultati e i feedback che quest’esperienza porterà una volta che l’emergenza sarà terminata, vediamo i dati dell’ultima Indagine Confindustria sul lavoro, con particolare attenzione sugli effetti dello smart working sui lavoratori.
Dai risultati dell’indagine si evince una crescita nel ricorso a modalità di lavoro flessibile anche tra le imprese italiane, con l’8,9% delle aziende associate Confindustria che nel 2019 vi ha fatto ricorso. Un altro 10% di aziende guarda inoltre con interesse alla possibilità di introdurre il lavoro agile, pur non avendolo ancora fatto. La diffusione dello smart working nel 2019 è stata più ampia nel settore dei servizi, con l’11% delle aziende, rispetto all’industria, dove vi ha fatto ricorso l’8,0% delle realtà (settore industriale considerato al netto delle costruzioni). Come facile aspettarsi, l’avvio di forme di lavoro agile ha avuto più ampia diffusione tra le aziende grandi, il 20,0% delle quali già prevede modalità di lavoro smart per alcuni dipendenti. La diffusione dello smart working risulta quindi in forte aumento in tutte le classi dimensionali di impresa e nell’industria, stabile nei servizi.

Infine, gli impiegati che hanno potuto usufruire di modalità di lavoro agile, sia in termini di orari che di luoghi di lavoro, si dichiarano più soddisfatti del proprio lavoro, con una percentuale del 75% rispetto al 55% di quelli che lavorano in modalità tradizionale. Ad aumentare è quindi anche il legame che i dipendenti sentono con la propria impresa, più forte per il 71% contro il 56% di chi lavora in modo tradizionale.
