Gimac punta allo sviluppo di una stampante 3D che grazie alla sinergia con i robot di ABB possa essere immessa sul mercato per il riutilizzo intelligente della plastica.
La frequentazione di Gimac con la stampa 3D risale agli anni ’80, fin dalla sua fondazione: all’epoca, l’azienda di Castronno (Varese), per realizzare a uso interno un particolare pezzo (e poi anche per risolvere un problema nel settore occhialeria), realizzò una macchina che depositava una quantità minima necessaria di materiale strutturale con una topologia funzionale alle forme da ottenere, per poi fresare il poco materiale in eccesso. Si trattava di una delle primissime forme di stampante 3D da materiale fuso.
Cinque anni fa Simone Maccagnan, figlio del fondatore Giorgio, confrontandosi con il CNR su un’applicazione di stampa additiva dei metalli scopre quindi che i tecnici dell’istituto impiegano un robot ABB per movimentare la testa di deposito del materiale, al posto della tradizionale struttura cartesiana utilizzata in Gimac. L’azienda acquista allora il primo robot ABB, un modello IRB 460, impegnandosi a pieno nel mondo dell’additive manufacturing.
“Con Rossana Orlandi abbiamo sviluppato una collaborazione molto stretta – racconta Maccagnan -. Abituata a pensare in grande, Rossana è schierata a difesa dell’uso responsabile delle risorse e in particolare della plastica, promuovendo il buonsenso nella valutazione e nell’utilizzo di una materia così diffusa e facilmente riutilizzabile”.
Oggi Gimac ha già avviato la seconda fase del progetto, cioè realizzare un robot di stampa 3D vendibile. Il robot IRB 6700 sarà il cuore di una macchina in grado di muovere sia l’estrusore sia il pezzo, proposta sia in una versione semplificata accessibile a tutti e sia come modello più sofisticato, eventualmente con due assi aggiuntivi, destinato ai costruttori di macchine.