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Smart Working in Italia nei dati dell’Osservatorio del PoliMi

L’ultima indagine dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano stima che a marzo 2021 in Italia ci fossero 5,37 milioni di smart worker. A un anno esatto dal primo lockdown i lavoratori agili erano 1,95 milioni nelle grandi imprese e 830 mila nelle PMI, 1,15 milioni nelle microimprese e 1,44 milioni nella PA.

I numeri hanno quindi iniziato a scendere nei mesi successivi, arrivando a 4,71 milioni nel secondo trimestre dell’anno, fino a giungere a quota 4,07 milioni a settembre 2021. Il lavoro da remoto continua a essere comunque ampiamente diffuso tra grandi imprese e PA, interessando una media rispettivamente di 4,1 e di 3,6 giorni la settimana. Crescono infatti i modelli di lavoro ibrido, con alternanza di due giorni di lavoro in presenza e tre a distanza, o viceversa, alla ricerca di un ottimale equilibrio fra lavoro in sede e da casa. Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (65% nel 2019), nel 53% delle PMI (30% nel 2019) e nel 67% delle PA (23% nel 2019).

Passata la fase più acuta della pandemia, il lavoro smart sembra quindi non solo resistere ma proiettato a una crescita: la previsione per il futuro è che saranno almeno 4,38 milioni i lavoratori che almeno in parte opereranno da remoto, con un +8%. Di questi, 2,03 milioni saranno nelle grandi imprese, 700 mila nelle PMI, 970 mila nelle microimprese e 680 mila nella PA. In particolare lo smart working rimarrà o verrà introdotto nell’89% delle grandi aziende, con progetti sia strutturati che informali, nel 62% delle PA, con prevalenza di iniziative strutturate, e nel 35% delle PMI, con maggioranza di un approccio informale. L’adattamento alle nuove modalità di lavoro ha comportato una modifica degli spazi dell’organizzazione per il 55% delle grandi aziende e per il 25% delle PA.

Diversi sono quindi i vantaggi riscontrati con il lavoro smart, sia da parte dei lavoratori che delle aziende. Grandi imprese e PA evidenziano un deciso miglioramento nella produttività, in termini di efficacia ed efficienza del lavoro, aumentata per il 59% delle grandi imprese e per il 30% delle PA (solo il 5% e il 16% rispettivamente dichiara di aver riscontrato un peggioramento nell’efficienza). Per la maggior parte dei soggetti è inoltre migliorato l’equilibrio tra lavoro e vita privata, il cosiddetto work-life balance, nello specifico per l’89% delle grandi aziende, il 55% delle PMI e l’82% delle PA. La combinazione di lavoro forzato da remoto e pandemia ha però anche avuto delle ricadute negative, per cui il 28% degli smart worker ha sofferto di tecnostress e il 17% di overworking. Inoltre, l’aspetto più negativo rilevato da parte di tutte le organizzazioni riguarda la parte relazionale e di comunicazione con i colleghi, che è peggiorata nel 55% delle grandi imprese, nel 44% delle PMI e nel 48% delle PA.

“La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working -. Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro. In molte organizzazioni, soprattutto PMI e PA, invece, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese. Ora è necessario costruire il futuro del lavoro sul vero Smart Working, che non è una misura emergenziale, ma uno strumento di modernizzazione che spinge a un ripensamento di processi e sistemi manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, proponendo ai lavoratori una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati”.

“Per cogliere tutti i benefici dello smart working serve l’impegno di tutti i soggetti – afferma Alessandra Gangai, direttrice della Ricerca Smart Working nella PA -. Alle organizzazioni spetta il compito di strutturare progetti coraggiosi, lavorando su policy, tecnologie, spazi di lavoro e stili di leadership; i lavoratori devono allenare skill più adeguate al nuovo work-life balance; i policy maker devono accompagnare questa trasformazione con onestà intellettuale e lungimiranza”.

Lo smart working mostra infine di avere ricadute positive anche sul fronte della migliorata sostenibilità sociale e ambientale: secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione delle persone che vivono lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi a significativi risparmi di tempo e risorse per gli spostamenti: 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. In termini di sostenibilità ambientale, infine, si può stimare che l’applicazione dello Smart Working ai livelli previsti dopo la pandemia comporterà minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari all’anidride carbonica che potrebbero assorbire 51 milioni di alberi.