Made e la spinta al digitale da covid-19, parola al presidente Taisch
14/05/2020
Taisch Made digitalizzazione

I mesi di stretta alle attività produttive ha dato una spinta allo smart working tra le aziende, e ora la Fase 2, che apre a quella che si prospetta una fase di convivenza con il rischio epidemiologico, prospetta una nuova marcia anche per l’ingresso del digitale tra le imprese. Di fronte alla consapevolezza di un nuovo scenario che si è imposto con prepotenza, è quindi presumibile che strutture come il Made, Competence Center del Politecnico di Milano, assumeranno un ruolo di riferimento ancora maggiore per le aziende italiane, come prevede Marco Taisch, presidente del Competence Center Made.

“Dall’avvio del competente center, a inizio 2019, la risposta da parte delle imprese è stata molto buona – dice Taisch -. Da subito sono stati avviati dei servizi di orientamento, avvalendoci anche del supporto della rete dei DIH, e delle associazioni di categoria. Abbiamo quindi avviato dei percorsi di formazione e, più di recente, il primo bando di finanziamento dei progetti di trasformazione digitale. La risposta è stata ottima, fino a quando naturalmente con il diffondersi dell’emergenza covid-19 tutto il sistema ha avuto una battuta d’arresto in tutta Italia. A questo riguardo stiamo però mettendo a punto dei servizi mirati appositamente alla riapertura, per cui ci aspettiamo che con il rientro alle attività ci sarà anche un ritorno delle imprese a rivolgersi al Competence center”.

Come ci si auspica da più parti, proprio la crisi coronavirus potrebbe difatti essere girata in opportunità per una più decisa adozione di tecnologie digitali tra le aziende, che potrebbero decidere di accelerare i propri percorsi di transizione digitale.
“Quello che stiamo vedendo accadere nelle ultime settimane con lo smart working tra le imprese fa capire bene quanto la digitalizzazione sia positiva, come strumento che abilita il lavoro in aree diverse, momenti diversi e con strumenti differenti – illustra il presidente -. Credo quindi che la digitalizzazione inserita nel mondo delle fabbriche sarà quell’elemento di competitività che consentirà alle aziende di rilanciare la propria produzione, ripartendo più velocemente. E non pensiamo solo all’automazione industriale e alla robotica, ma anche a tutti i sistemi di monitoraggio da remoto, che permettono agli operatori di controllare lo stabilimento da remoto. Questo è un tipo di strumento che permetterà di ridurre la densità di persone all’interno dello stabilimento, consentendo il rispetto del distanziamento sociale necessario come misura di prevenzione dei contagi, e fattore chiave per la riapertura. Il 4.0 quindi, che prima veniva percepito solo come fattore per l’aumento della competitività, ora diventa anche un elemento importante per la riapertura delle imprese. Per questa ragione ci aspettiamo con l’inizio della Fase 2 un aumento del numero di aziende che si rivolgono ai Competence Center, per chiedere un sostegno in questa direzione”.

Guardano quindi a più lungo termine verso un ritorno alla normalità, è facile prevedere che vi sarà anche una trasformazione nel novero delle priorità delle aziende.
“Penso che in tal senso si debba lavorare su più fronti – prosegue Taisch -: il primo interno, verso una revisione del modo in cui i reparti sono organizzati, nel modo di lavorare, nella gestione dei turni, in quanto naturalmente la parte più legata alle operations e all’organizzazione del lavoro subirà forti mutamenti. Una seconda direzione è quella di un ripensamento delle supply chain: la globalizzazione, che ha portato sicuro grandi vantaggi, aprendo le nostre aziende ai mercati internazionali, ha anche comportato che le supply chain diventassero sempre più diffuse e snelle, mettendo in crisi nell’insorgere dell’emergenza molte realtà. Le aziende italiane che per esempio dovevano approvvigionarsi per materiali e componenti dalla Cina, sono rimaste spiazzate nel momento in cui la Cina ha chiuso. Ora sono state chiuse loro, per cui il danno portato dal virus non è stato limitato al periodo della sua circolazione in Italia, ma anche alla sua diffusione in altre aree del mondo. La possibilità quindi di aumentare il numero di fornitori, approvvigionandosi da più regioni del mondo, e di tornare a produrre e fabbricare vicino ai mercati, ossia il reshoring di cui tanto si parlava per ragioni prima strettamente economiche, credo che ora si possa giustificare in termini di un aumento della resilienza delle nostre supply chain”.

La crisi ha quindi inciso pesantemente sulla vitalità delle start-up, elemento di innovazione importantissimo nella rete dell’open innovation per le aziende, con l’arresto dei finanziamenti e molte realtà destinate alla chiusura.
“E’ in corso una crisi della liquidità diffusa, che tocca in particolare le start-up in quanto queste realtà vivono sostanzialmente di cash-flow e non sono dotate di grandi asset – spiega ancora Taisch -. Qui la mancanza di un qualsiasi cash-flow in ingresso per uno o due mesi manda immediatamente in difficoltà l’organizzazione. Sicuramente è necessario dare un aiuto in questo senso. Mi aspetto però che da questa congiuntura venga anche un meccanismo di selezione: le start-up sono difatti un fenomeno affascinante e molto interessante, ma è anche vero che, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo avuto come una sorta di ‘ubriacatura’ da start-up, per cui le aspettative relative a questo fenomeno ne risultavano un po’ esaltate. Se questo va benissimo in condizioni di normalità, ora nella corrente situazione di crisi, e come avviene in tutte le rivoluzioni, dovrà avvenire una selezione naturale. Mi aspetto che qualcuna non ce la farà, e se dal punto di vista individuale è spiacevole, dalla prospettiva del sistema nel suo complesso questo può però portare in positivo a un irrobustimento della specie, con magari anche fenomeni di concentrazione con l’acquisizione di alcune da parte di altri soggetti”.

L’accelerazione della trasformazione in chiave digitale pone infine ancora più forte l’accento sulle competenze che serviranno per traghettare le aziende attraverso questa crisi, portandole nello scenario futuro che si prospetta.
“Come già rilevato nel report presentato lo scorso anno al World Manufacturing Forum, le competenze del futuro saranno tutte quelle basate sulla raccolta e analisi dei dati, così come sulla presa di decisioni basate sui dati – dice in conclusione Taisch -. Questo range di competenze diviene fondante per il futuro. Ciò attenzione non significa parlare solo di intelligenza artificiale, ma anche di processi aziendali e sistemi organizzativi che siano basati sui dati. Il monito vale soprattutto per le aziende del comparto manifatturiero, in genere poco abituate all’utilizzo dei dati quanto piuttosto a pensare alle materie fisiche, alle materie prime come più importanti. Si tratta qui di un salto culturale importante che queste aziende devono fare, affinché comincino a considerare il dato come una materia prima altrettanto fondamentale. Ciò porta con sé non solo una revisione delle competenze, ma anche delle figure professionali correlate, come quella nuova del data engineer. Occorre però evitare l’errore di creare delle figure specifiche orientate all’uso dei dati. Il dato deve infatti diventare un po’ come erano le soft skills qualche anno fa, ovvero una competenza che si aggiunge alle competenze di base specifiche delle diverse figure professionali già esistenti, andandole ad arricchire. Chi sarà in grado di fare questo salto risulterà meglio posizionato nel futuro prossimo”.

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